Europa nel 1900

L’Italia industriale e l’età giolittiana

 

Delinea in sintesi lo sviluppo verificatosi nei settori tradizionali e nei nuovi settori dell’economia
italiana tra XIX e XX sec. e i fattori che lo favorirono.

 

Nei primi anni del nuovo secolo l’Italia stava attraversando la stagione del proprio “decollo industriale”.
La crescita riguardò il settore tessile, il settore agro-alimentare e, l’industria saccarifera. L’aspetto
più importante del decollo economico fu lo sviluppo di nuovi settori di base, come l’industria siderurgica.
Importanza rilevante ebbero gli sviluppi dell’industria idroelettrica e dell’industria meccanica. Iniziò a
svilupparsi il settore dell’automobile. Le condizioni che favorirono questo enorme sviluppo furono
diverse. Oltre al protezionismo e le commesse pubbliche, grande importanza ebbero il riordino del
sistema bancario (Banca d’Italia nel 1893 e istituti di credito sul modello della banca mista), le entrate
del turismo e le rimesse degli emigranti, cioè i risparmi inviati in patria dai lavoratori italiani che
emigravano.

 

Circa nord e sud Italia si parla di sviluppo dualistico (dualismo economico) , perché?

 

Lo sviluppo italiano, presentava al suo interno gravi contraddizioni e squilibri, il più grave dei quali fu
l’accrescersi di quel dualismo economico fra nord e sud del paese. Anche l’agricoltura fu caratterizzata
dalla crescita; questi dati positivi vanno attribuiti per la maggior parte alla Pianura padana, dove la crisi
agraria e il protezionismo avevano favorito ingenti investimenti. Stazionaria rimase invece la situazione
nel Mezzogiorno. L’Italia si sviluppava “a forbice”: le regioni del Mezzogiorno, pur conoscendo anch’esse
una certa crescita, perdevano sempre di più terreno. La questione meridionale divenne così uno dei
grandi nodi irrisolti nella vita italiana.

 

Quali erano le condizioni dei contadini? Verso quali aree geografiche si diresse l’emigrazione e in quali
proporzioni?

 

Un altro tema venne a occupare il centro della vita politica nazionale: la questione sociale, cioè il
problema delle condizioni di vita delle masse contadine e operaie. Il problema fondamentale continuava
a essere quello della sopravvivenza. Nonostante la crescita economica, gli squilibri territoriali e la
pressione demografica
determinarono un vero e proprio picco migratorio. Si avviarono così massicce migrazioni dall’Italia
meridionale agli Stati Uniti. Il problema sociale riguardava soprattutto il mondo contadino; le condizioni
di vita nelle campagne italiane rimasero a lungo pessime. Le pesanti imposizioni fiscali, la crisi agraria e
la scelta protezionistica provocarono un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita. Le reazioni del
mondo contadino a questa condizione di grande disagio furono differenziate; nel Meridione, l’effetto fu
quello di aumentare lo sfruttamento e la precarietà dei lavoratori. A questi lavoratori non restava che
la via delle rivolte o quella dell’emigrazione. Nella campagne padane, invece, si formò un proletariato
agricolo bracciantile che maturò una forte solidarietà e coscienza sindacale. Qui si registrò un grande
sviluppo del movimento organizzato dei contadini, con associazioni, leghe, ricorso allo sciopero.
Protagonisti di queste lotte furono i lavoratori avventizi, privi di qualunque sicurezza del posto di
lavoro, di continuo sottoposti al ricatto dei padroni che trovavano negli immigrati un facile strumento
per tenere bassi i salari e contrastare le rivendicazioni sindacali. Obiettivi delle agitazioni erano
l’aumento della paga e il controllo del collocamento. Nel 1901 nacque la Federterra, una grande
organizzazione contadina di ispirazione socialista.

 

Quali erano le condizioni del mondo operaio?

 

In Italia veniva formandosi un proletariato industriale sempre più esteso. Le condizione di lavoro e di
vita del proletariato dell’industria tessile, metallurgica, meccanica e alimentare erano simili a quelle
che, cinquanta anni prima, avevano conosciuto gli operai nei paesi di prima industrializzazione. Salari
bassissimi, nessuna garanzia, multe, trattenute, punizioni, regolamenti di fabbrica, prepotenti, larga
diffusione del lavoro minorile: tutte condizioni che derivavano da una cultura imprenditoriale
autoritaria che non ammetteva alcuna autonomia dell’operaio, e da un mercato del lavoro sbilanciato a
favore dei padroni.

 

Cosa furono anarchismo e socialismo? Chi ne furono gli esponenti? Cosa accadde a Milano (eccidio)
nel 1898 e perché?

 

L’anarchismo rifiutava la partecipazione alla vita politica dello stato e sosteneva cospirazioni e
sommosse rivoluzionarie. La sua influenza venne progressivamente declinando man mano che il
socialismo di ispirazione marxista si affermava. Leader del movimento anarchico romagnolo fu Andrea
Costa. La nascita nel 1892 del Partito socialista italiano fu un evento di grande importanza per l’intera
vita politica e sociale italiana. Nacque il Partito socialista, in cui ebbe un ruolo determinante Filippo
Turati. Il partito socialista si mosse secondo una linea politica ispirata al modello della socialdemocrazia
tedesca: partecipazione alle elezioni e lotta per le riforme sociali e politiche nella prospettiva della
costruzione graduale, senza rotture rivoluzionarie, della società socialista. Nella primavera del 1898
esplosero in tutto il paese nuovi moti spontanei, contro il rincaro del prezzo del pane. La reazione del
governo fu ovunque durissima: l’episodio più grave si verificò a Milano, dove il generale usò i cannoni
contro la folla provocando un centinaio di vittime. Il governo fece arrestare dirigenti e deputati
repubblicani e socialisti, chiuse un centinaio di giornali di opposizione, limitò la libertà di stampa, di
associazione e di riunione. La Sinistra radicale e i socialisti si mobilitarono alla camera in difesa delle
libertà costituzionali. Molti esponenti della classe dirigente compresero infatti che le rivendicazioni
popolari nascevano da un disagio grave e reale e che la crisi del paese dovesse essere risolta avviando
una legislazione sociale e nel rispetto dell’ordinamento costituzionale liberale.

 

In che occasione Giolitti divenne primo ministro? Quale fu il suo programma politico? Come si
comportò nei confronti dei socialisti e dei conflitti sociali?

 

Giolitti fu l’interprete più autorevole di una svolta liberale del sistema politico italiano. Egli dominò la
vita politica italiana sino all’inizio della prima guerra mondiale. Il suo disegno politico mirò a unire
sviluppo economico e libertà politica (per assicurare stabilità al paese). Egli punta a integrare la classe
operaia nelle istituzioni dello stato liberale. A tal fine ritenne necessaria una politica di accordo con le
rappresentanze sindacali e politiche del movimento operaio. Anche il partito socialista non era contrario
a un’alleanza fra le forse più moderne del paese, e diede il suo appoggio parlamentare. Giolitti mantenne
il governo in posizione di neutralità di fronte ai conflitti sindacali. Egli riteneva che non esistesse in
Italia un reale pericolo rivoluzionario e che il movimento sindacale e socialista avessero obiettivi
essenzialmente economici: egli non avrebbe fatto altro che dare significato politico alla lotta sindacale,
mettendo in pericolo lo stato.

 

Sintetizza luci ed ombre del riformismo giolittiano

 

L’altro polo della strategia giolittiana era rappresentato dalle riforme sociali ed economiche. Si ebbero
miglioramenti nel campo del lavoro (tutela delle donne e dei fanciulli), miglioramenti dell’assistenza
infortunistica e pensionistica, obbligatorietà del riposo settimanale. Gli interventi di maggiore efficacia
furono la statalizzazione delle ferrovie, una nuova legge scolastica e la nazionalizzazione delle
assicurazioni sulla vita. Nel complesso, il riformismo giolittiano risultò inferiore alle attese e ai
programmi. Mancò una politica capace di incidere sui problemi strutturali dell’economia e della società.
Anche la neutralità del governo nei conflitti sociali si limitò alle fabbriche e alle campagne del nord. Il
progetto di Giolitti per il progresso del paese muoveva da una visione industrialista e settentrionalista
del problema italiano: esso si fondava su un accordo fra industriali e classe operaia settentrionale, che
escludeva i ceti meridionali.

 

Che tipi di contrasti sorsero in seno al Partito socialista e che esiti ebbe lo sciopero generale del 1904?

 

Il progetto giolittiano di rafforzare il governo con un accordo politico con i socialisti fallì. La
maggioranza riformista del Psi, riteneva che la classe operaia dovesse favorire la crescita di una
moderna borghesia industriale per trasformare la società in senso socialista. All’interno del partiti,
però, la componente rivoluzionaria era ostile ad ogni accordo con i governi borghesi, perché avrebbero
tolto autonomia ai socialisti allontanandoli anche dalle masse popolari. Inoltre, Turati si rifiutò di
entrare a far parte del governo, limitandosi ad appoggiare “ caso per caso ”, tale appoggio venne poi
ritirato a causa dei risultati modesti delle riforme, delle vittime sul lavoro sempre più numerose e della
crescita della componente sindacalista-rivoluzionaria. Nel 1904 in seguito al congresso di Bologna e
poiché la componente riformista fu messa in minoranza, fu proclamato uno sciopero generale, il primo
della storia italiana, lo sciopero paralizzò il paese e impaurì la borghesia. Giolitti lo affrontò con calma
grazie anche alla moderazione delle organizzazioni sindacaliste. Lo sciopero segnò la fine, ma anche
l’inizio del declino del sindacalismo. Giolitti si rese conto che un possibile accordo con il Psi era ormai
sfumato, tanto che si rivolse ai cattolici.

 

Come si articolò il movimento cattolico dopo la Rerum Novarum? Che rapporti si stabilirono con
Giolitti?

 

Dopo l’Enciclica di Leone XIII Rerum novarum del 1891, il movimento cattolico si organizzò soprattutto
nelle campagne, dove nac-quero casse rurali e leghe bianche (organizzazioni sindacali cattoliche).
All’interno del movimento cattolico vi erano diverse tendenze:
• Intransigenti: rifiutavano lo stato liberale e ogni elemento di modernità
• Moderati: favorevoli al progressivo inserimento dei cattolici all’interno dello stato liberale
• Democrazia cristiana: riteneva che per affermare il ruolo della Chiesa nella nuova società fosse
necessario creare un partito cattolico di massa.
Giolitti valutava bene il peso politico che i cattolici, potevano avere nella sua politica del compromesso,
come alleato da contrapporre all’estrema Sinistra. Nacquero i primi accordi elettorali di tipo
conservatore. Pio X chiarì che i cattolici potevano intervenire alle elezioni politiche, nei collegi dove
potesse essere eletto un loro candidato o a sostegno dei liberali moderati, dove ci fosse il rischio della
vittoria dell’estrema Sinistra. L’alleanza con i cattolici fu sempre più necessaria al sistema giolittiano
per garantire equilibrio e pace sociale.

 

Per quali ragioni fu intrapresa la guerra di Libia e che esiti ebbe?

 

Giolitti arrivò alla decisione di riprendere una politica coloniale aggressiva nel Nord Africa, con la
guerra di Libia, nel tentativo di guadagnare consenso per la propria politica. La guerra di Libia comportò
spese ingentissime ed ebbe oltre 3000 caduti. Lo “scatolone di sabbia” non aveva al momento grande
rilievo economico, né come fonte di materie prime né come occasione di impiego per i lavoratori italiani,
che vi affluirono in quantità molto modeste. Quella conquista rispondeva soprattutto alle tradizionali
finalità politiche del colonialismo italiano: portare l’Italia nel gruppo delle “grandi” e dirottare
all’esterno le tensioni sociali esistenti nel paese. Dal punto di vista economico ne traevano vantaggio
soprattutto le banche, gli armatori e l’industria pesante, grazie agli investimenti richiesti dalla
conquista e dalla creazione di una colonia.

 

Che rilevanza ebbero le elezioni del 1913? Perché il sistema politico giolittiano entrò in crisi?

 

Nel 1913 ci furono le prime elezioni a suffragio universale maschile della storia italiana: il diritto di
voto fu esteso a tutti i maschi maggiorenni analfabeti e non, purché avessero superato i trent’anni o
assolto il servizio militare. In occasione di queste elezioni, liberali e cattolici strinsero accordi nei quali
i cattolici si impegnavano ad appoggiare i candidati liberali conservatori nel cui programma non vi
fossero iniziative sgradite alla chiesa. L’accordo fra Giolitti e i cattolici (“patto Gentiloni”) aveva lo
scopo di contrastare un possibile successo elettorale dei socialisti grazie all’influenza dei cattolici sui
contadini. La Sinistra ottenne un buon risultato, ma la maggioranza liberale risultò determinante.
L’aprirsi di una difficile fase economica, il grave passivo del bilancio pubblico, i sempre più aspri
conflitti sindacali, le violente po-lemiche condotte da nazionalisti e socialisti rivoluzionari mettevano a
dura prova la capacità di mediazione dello statista piemontese. Quando i ministri radicali si dimisero dal
governo, Giolitti rassegnò le dimissioni, convinto di poter riprendere entro breve tempo le redini del
potere; ma questa volta le cose andarono diversamente: l’Italia si avviò infatti verso la prima guerra
mondiale e verso una nuova, drammatica fase della sua storia.
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