Kierkegaard

• Le tre vite

Kierkegaard cercò di dipingere anche 3 alternative possibili di vita:

– vita estetica: il cui prototipo è il Don Giovanni di Mozart;

– vita etica: il cui prototipo è il marito fedele, Guglielmo del Wilhelm Meister di Goethe;

– vita religiosa: il cui prototipo è Abramo.

Egli dice che il suo percorso è avvenuto dal primo al terzo di questi tre stadi. Il cambiamento non è detto cheavvenga e, se avviene, avviene a salto. La sua logica non è quindi una logica della congiunzione come poteva essere quella hegeliana, ma una logica della disgiunzione, non vi è infatti continuità tra una vita e l'altra. Va chiarita quindi l'eterogeneità, ovvero l'alterità tra una vita e l'altra.
Nella vita estetica Don Giovanni teme la ripetizione, cerca la novità, la nuova esperienza, la sua vita è all'insegna dell'avventura, non sceglie mai con chi stare, ciò che lo guida è la ricerca della bellezza, coltiva però di più il suo desiderio, vuole restare in questa condizione che però non lo sentirà mai soddisfatto. Interviene ad un certo punto la noia, la non ripetizione diventa una ripetizione. Si rende conto di credere di essere libero giocatore con le donne, ma il gioco annoia e può capire che sono le donne che giocano con lui, di essere prigioniero di quel ruolo. Non riesce comunque ad uscirne perché così dovrebbe negare la vita estetica, interviene così la disperazione. A questo punto Don Giovanni può decidere di rimanere nella disperazione o sposarsi, approdando così nella vita etica, la vita del marito fedele, dell'uomo etico, di colui che si assume le proprie responsabilità. Qui è la vita stessa però che presenta il conto, il dolore e la sofferenza, a cui non si possono trovare giustificazioni, possono apparire come un'ingiustizia. Di fronte a questo l'uomo che tutto sceglie deve assumersi la responsabilità e concepire quella sofferenza come frutto di una colpa, egli avverte lo stato d'animo del pentimento, riconosce la relatività del proprio atteggiamento. Si può aprire ora alla vita religiosa.
Qui vi è la grande critica al cristianesimo borghese dell'800, altresì detto “protestantesimo liberale”, il quale
traduce il linguaggio cristiano in termini umanistici, un cristianesimo visto come un rafforzamento dell'etica, la
vita risolta in un'esperienza etica, un cristianesimo senza dogmi e con il rito ridotto al minimo. La vita religiosa
non è per lui un rafforzamento dell'etica, ma un'alternativa all'etica, un'altra vita. Il cristianesimo anzi è
immorale, fa intravedere uno schema della vita che rompe gli schemi etici. Il modello è la figura di Abramo e
l'episodio scelto è quello del sacrificio di Isacco. Prendendo come esempio questo episodio biblico possiamo
notare che ciò che Dio chiede ad Abramo è immorale. Abramo ed Isacco identificano Dio e Gesù. Il cristianesimo non è rassicurante, non risolve problemi, ma li pone. La scelta della via della religione non è la scelta del fondamento dell'etica, ma una scelta in cui non sai cosa ti accade, dell'imprevisto.
Il luogo in cui si vede Dio è il crocifisso. Questo uomo, crocifisso, sconfitto, con la resurrezione Dio lo rivela come qualcuno di determinante, Dio rivela vincitore colui che è sconfitto. Gesù dice “Beati i poveri, perché di essi è il regno di Dio”, questo è un rovesciamento della morale, si deve vedere quindi la sua predicazione in
un'ottica di rovesciamento. Vi è un rovesciamento completo dei valori, si aprono possibilità che prima non
c'erano. Le possibilità di Dio non sono di vittoria o gloria, ma di chi è sconfitto e perdente. Entrare nella vita religiosa significa entrare in quest'ottica.
Questo pensiero non verrà capito subito, ma si dovrà attendere il primo dopoguerra con l'avvento del teologo
svizzero Karl Barth.
Il cristianesimo è scandaloso perché Dio si manifesta in quel Gesù, povero e sconfitto, a cui viene dato il nome
di Messia, che è in realtà il contrario di come ci si aspetterebbe. Kierkegaard riporta il cristianesimo a quello che è, cioè non quel nuovo cristianesimo liberale fatto su misura di una classe sociale borghese, ma quello delle
origini.
La vita religiosa toglie il pentimento perché fa prendere la vita per quello che è, fa conoscere se stessi, guardando la croce infatti io vedo sì il Cristo crocifisso, ma anche una proiezione di me stesso. Il tipo di cristianesimo che viene fuori da questa visione non è un'etica (il “discorso della montagna” infatti è un discorso apocalittico, che sta ad indicare l'avvento del regno di Dio e il rovesciamento dei valori), neppure uno
stile di vita umano, ma è la rivelazione di Dio, il quale si rivela non in uno spirito atemporale, ma negli incontri
narrati nella Bibbia. Parlando di Dio Kierkegaard parla di “infinita differenza qualitativa” per il fatto che la creazione di Dio nell'umano non è per mezzo delle sue caratteristiche (come riteneva Feuerbach), ma per le sue qualità, Dio non è quindi riconoscibile in nessun attributo dell'essere umano.
Emerge qui un cristianesimo che le classi ricche della Danimarca o della Germania del tempo non potevano
capire con il loro modo di pensare così razionale e liberale, ma saranno pronti solo dopo la Prima Guerra Mondiale.

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