Kierkegaard

• Angoscia e disperazione

Come già detto in precedenza questi sono due aspetti che emergono quando emerge la possibilità o rispetto al
mondo (angoscia) o rispetto a se stessi (disperazione). Kierkegaard dice che scopriamo il sentimento dell'angoscia nel peccato originale. Qui infatti avviene una scelta e con la possibilità, il divieto, inizia la storia, non fonte di un divieto da parte di Dio, ma di un consiglio di quest'ultimo per far stare bene i due uomini senza che conoscessero se stessi (è qui chiaro il modo in cui il filosofo usi la Bibbia per esaminare situazioni dell'esistenza). L'angoscia è questo sentimento che scaturisce dalla scoperta delle varie possibilità che si aprono di fronte al mondo, causa della nostra “libertà finita” (come dice Kierkegaard) data dalla finità delle nostre possibilità. Tra le possibilità finite però si fanno presenti a noi anche le possibilità infinite, ma in negativo. L'angoscia se si è umani è insuperabile o lo è solo con la morte, in cui vi è solo un passato, non più un futuro.
La disperazione è una “malattia mortale” secondo Kierkegaard, non perché conduca alla morte dell'Io, ma
perché consiste nel vivere la morte dell'Io: essa è il tentativo impossibile di negare la possibilità dell'Io, o
considerandolo autosufficiente, o cercando di distruggerne la natura concreta. Io mi rendo conto quindi di non poter coincidere con il mio Io oppure anche se fino a un momento ho tentato di coincidere con esso, mi rendo conto che è avvenuto uno scacco ad un certo punto che provoca che io non possa più farlo e quindi guardo a quell'ambito stato passato.
L'Io è sintesi (non in senso hegeliano) di necessità e libertà, io infatti ho una necessità con la quale cerco di
coincidere, ma non posso per la presenza delle altre possibilità fornite dalla mia libertà. Solo il credente, a parere di Kierkegaard, possiede l'antidoto sicuro contro la disperazione: il fatto che la volontà di Dio è possibile fa sì che io possa pregare; se essa fosse soltanto necessaria l'uomo sarebbe essenzialmente muto come un animale. In quanto opposta alla fede, la disperazione è il peccato: perciò l'opposto del peccato è per l'appunto la fede e non la virtù. Ciò che nella Bibbia è peccato non è altro che un'esperienza di disperazione. La fede apre un altro scenario perché vuol dire riconoscimento del peccato, di
quella condizione umana. La soluzione è capire che Dio ti ama e ti accoglie in quella disperazione, egli si è
incarnato proprio per provare cosa voglia dire essere umano. La fede è l'antidoto perché di fronte a questa
condizione umana di peccatore Dio non è un giudice, ma compagno di strada.

• Il confronto con Hegel

L'universale per Hegel è il reale, lo spirito umano è il reale. Per Kierkegaard invece il reale è l'individuo qui ed
ora. Per il primo il reale è il genere, per il secondo il singolo. Per Hegel tutto è storia ed è la manifestazione progressiva dello Spirito, quello che le religioni chiamano Dio, per questo per il filosofo la storia è santa ed etica e la principale manifestazione del divino in essa è nello stato.
Questa è una visione panteistica, immanentista e finalistica. Dio infatti si manifesta nella storia, la quale va
verso la manifestazione di reale e razionale. Per Kiekegaard non è così, non vi è una visione finalistica (così
come per Hegel era anche per Marx o Comte) in cui possiamo sapere anche quale sia la storia del mio Io. Egli
ha compreso come la storia sia una dimensione senza senso se non glielo diamo noi, la complessità della storia
si riversa su ogni individuo, a cui non si può dare un futuro ben definito. Dio per Kierkegaard non si manifesta nella storia, ma si incarna in essa. In un istante esatto egli ha deciso di manifestarsi per 33 anni con
l'incarnazione di Gesù e questo è l'unico momento in cui egli entra nella storia. Ogni tappa quindi non è un progresso della manifestazione di Dio come pensava Hegel, la realtà infatti non è santa, ma profana e laica. Dio
ha deciso di entrare in essa come essere umano, morire e sperimentare cosa si provasse, egli quindi si manifesta nell'attimo, tocca la storia. Karl Barth a tal proposito proporrà l'immagine dell'intervento di Dio nella storia come una tangente tocca una circonferenza. Il cristianesimo in questo senso ha inventato la laicità, la
secolarizzazione è cristiana, nel mondo non c'è niente di santo o sacro.

Facebooktwittergoogle_pluspinterestlinkedin