Kierkegaard

Il pensiero
• L'esistenza e le sue caratteristiche
Che cos'è il reale? Il reale è il singolo, non l'idea come Hegel pensava. Io sono un essere irripetibile, la mia umanità sta nella singolarità (si individua già qui perché egli venne ritenuto il più radicale anti-hegeliano). Cercando di creare una filosofia ideologica e spiritualista Hegel ha ridotto l'essere umano ad un animale perché ha fatto prevalere sull'esistenza il genere, l'essenza. Nell'animale l'essenza precede l'esistenza, non c'è individualità. L'essere umano invece ha un'individualità e questa è l'unica realtà che sussiste. Gli umani sono quegli esseri in cui l'esistenza precede l'essenza, al contrario di tutti gli altri esseri. Ogni essere umano si costituisce in base alle possibilità che gli si pongono di fronte e alle scelte che intraprende. L'essenza quindi non è mai definitiva nell'essere umano, ma si può sempre ribaltare. C'è un'esistenza che ha davanti a sé possibilità che propendono ad un'essenza, ma questa può cambiare. Man mano poi che la fine di un'esperienza si avvicina incorre lo stato d'animo di avvertire che quella è stata solo una delle tante probabili possibilità. Dall'esistenza derivano possibilità di vite (come dice lo stesso Kierkegaard), di essere in un modo, ma nessuna di esse è mai definitiva.
Da cosa si caratterizza la vita umana? Ciascuno intraprende una scelta che gli pone davanti una vita, ma intorno a sé vede le altre vite che avrebbe potuto vivere, ma che non sono state vissute. Ci portiamo dietro quindi, oltre alla scelta che facciamo, anche le altre che non facciamo e in base a quelle si giudica la vita che stiamo vivendo. In questa filosofia quindi il nulla è ed è identificato con le scelte negative che ci portiamo dietro. L'uomo dunque è caratterizzato dal possibile, non dal necessario. Le possibilità però non sono solo quelle positive, cioè quelle percorse, ma anche quelle negative, ovvero quelle non scelte, per questo ci si porta dietro anche ciò che non ci caratterizza più, il negativo ci viene dietro.
Esiste per Kierkegaard un punto zero, un punto di indecisione permanente, un'equivalenza di possibilità, in cui ci si sente paralizzati. Questo avviene in persone che hanno molto forte il senso della possibilità, che non sanno coincidere perfettamente rispetto alla possibilità che scelgono, chi avverte l'essenza come sempre eccedente e finisce per non prendere le scelte fondamentali.
Kierkegaard vuole contemplare questa condizione umana così definita, rifletterci sopra, il fine per lui non è la prassi, ma la contemplazione affinché si comprenda, si valorizzi la spiritualità, si abbia una capacità di riflessione. Questa elaborazione filosofica lo porterà a ritenere che l'unica risposta alla disperazione che può intervenire nella vita umana è il cristianesimo.
La condizione umana è associata a due sentimenti: angoscia e disperazione. L'angoscia è il sentimento della possibilità, quando percepiamo la nostra vita in termini di possibilità. Tutto ciò genera angoscia, derivante da una permanente apertura al futuro in termini di possibilità, la possibilità non è quindi verso il passato, ma verso il futuro. La nostra ansia è angoscia esistenziale. La disperazione è il sentimento del possibile riguardo a noi stessi. L'ammissione di non poter negare la nostra realtà possibilitante. Prendiamo il caso che faccia qualcosa che non mi aspetto, io non posso negare me stesso, ma neanche dire di essere completamente me stesso perché sento tutto ciò che potrei essere. Questo porta alla disperazione, che può essere malattia mortale, non potere né accettare né rifiutare se stessi.
• Le tre vite
Kierkegaard cercò di dipingere anche 3 alternative possibili di vita: – vita estetica: il cui prototipo è il Don Giovanni di Mozart; – vita etica: il cui prototipo è il marito fedele, Guglielmo del Wilhelm Meister di Goethe; – vita religiosa: il cui prototipo è Abramo.
Egli dice che il suo percorso è avvenuto dal primo al terzo di questi tre stadi. Il cambiamento non è detto che

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